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Usi e Abusi - Oppio

data 20, Giugno, 2007 utente Walter Soccetti  view Visto 827 Volte
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oppio

L’oppio è uno stupefacente ottenuto incidendo le capsule del Papaver somniferum e raccogliendone la linfa che trasuda, che poi viene lasciata rapprendere all’aria e si trasforma in una resina scura che viene impastata in pani di color brunastro, che emanano un odore dolciastro e hanno un sapore amaro. Si usa molto nelle culture orientali e mediorientali, sia come medicinale che a scopo ricreativo, ed era noto già agli antichi greci: il suo nome deriva infatti dal greco òpion (succo), tradotto poi in ebraico come ophion. Il lattice (denso, giallo-verdastro) ottenuto dalla pianta intera e dai suoi semi, meno ricco di principio attivo, era invece chiamato dai greci mekònion.

L’oppio è molto ricco di sostanze alcaloidi o lievemente basiche : di queste, quelle con struttura chimica isochinolinica (morfina, codeina e dionina) sono analgesiche, costipanti ed euforizzanti, mentre quelle fenantreniche (papaverina, noscapina, febaina) sono solo spasmolitiche. L’azione analgesica ed euforizzante, sfruttata in medicina e a scopo ricreativo dai tossicodipendenti, è dovuta soprattutto alla morfina, che è presente nell’oppio dal 2%-3% in peso (oppio cinese) fino al 20% della varietà turca karahissar (montagna nera). La farmacopea ufficiale italiana ammette l’uso terapeutico di oppio ma specifica che il suo contenuto di morfina deve essere compreso fra il 9,8% e il 10,2%.
Per poterlo consumare, l’oppio deve essere prima preparato facendolo fermentare e aggiungendovi nella fase finale della fermentazione un fungo, l’Aspergillus niger. Dopodiché è pronto per essere consumato, in genere fumato in apposite pipe (pipe da oppio) che ne contengono 0,25 g: un oppiomane può fumarne da 20 a 100 al giorno. In questo modo si assume il 75% della morfina contenuta nell’oppio (il resto evapora) e si eliminano una serie di altre sostanze presenti nell’oppio: il dross, il residuo dell’oppio fumato, è tossico ma molto ricco di morfina e viene in genere riutilizzato mescolandolo a tè o caffè per ottenere il tyl, una bevanda molto apprezzata in Oriente, oppure viene torrefatto per poter essere fumato di nuovo. Il prodotto della torrefazione viene chiamato tinks o samsching.

L’assunzione per via orale avviene masticando palline di oppio, oppure mescolato in alimenti dal sapore molto dolce, oppure con varie bevande, con piccole quantità di hashish. In alternativa può essere mescolato a tabacco, a betel o a succo di tamarindo. In Europa alcuni assumono oppio concentrato per bollitura ripetuta iniettandoselo per endovena, con gravi rischi di infezione.

Il laudano (tintura di oppio) fu preparato per la prima volta da Paracelso, ma venne diffuso in clinica medica molto più tardi da Sydenham come sedativo della tosse e per calmare diarrea e dolori colici. Attualmente però è stato sostituito in medicina da prodotti analoghi sintetici più specifici come la morfina e i suoi agonisti, insieme alla pentazocina, vengono usati in terapia del dolore per la loro spiccata azione analgesica, il metadone è usato solo nello svezzamento da eroina durante la disintossicazione, la codeina e derivati si usano come sedativi della tosse, mentre il fentanyl e suoi analoghi trovano uso come anestetici.

Sono state ritrovate capsule di Papaver somniferum addirittura negli scavi di palafitte dell’uomo di Cro-Magnon datate fra i 20.000 e i 30.000 anni fa, anche se non è possibile stabilire se gli abitanti del sito conoscessero le proprietà di tali piante. Sappiamo per certo invece che i Sumeri di 5.000 anni fa le conoscevano bene, e tramandarono l’uso del papavero da oppio alle successive civiltà caldea e assiro-babilonese: questi ne introdussero l’uso in Egitto verso il 1500 AC. Il Libro ermetico dei medicamenti, un antico papiro egiziano, raccomanda l’uso del papavero da oppio come sedativo.

Ippocrate, nel IV secolo AC, consigliava l’oppio come rimedio per numerosi mali, ma già un secolo dopo Erasistrato metteva in guardia i suoi allievi e i colleghi medici contro l’uso frequente di questo medicinale, che poteva rivelarsi gravemente dannoso. L’oppio fece il suo ingresso nella civiltà romana quando questa conquistò la Grecia. Dioscoride, nel I secolo DC, descrive accuratamente la pianta del papavero da oppio e le proprietà della sua linfa, elencando anche una serie di possibili usi. Si deve però a Galeno la diffusione fra i medici di Roma della teriaca, inventata da Andromaco, medico personale di Nerone: un farmaco che conteneva, fra l’altro, una discreta quantità di oppio. Pare che Marco Aurelio ne usasse in grande quantità, per cui viene considerato da alcuni storici il primo imperatore oppiomane.

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